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Tante piccole ginestre

15 marzo 2011

Qui su l’arida schiena

Del formidabil monte

Sterminator Vesevo,

La qual null’altro allegra arbor né fiore,

Tuoi cespi solitari intorno spargi,

Odorata ginestra,

Contenta dei deserti.

Così inizia La ginestra di Leopardi.

Così dovremmo ricordarci di vivere. Con tutti i nostri limiti, con tutte le nostre piccolezze, con tutte le nostre imperfezioni. Perché, nonostante gli sforzi, nonostante gli innumerevoli tentativi di dominarla, la Natura è sempre più forte di noi.

Nell’800 Leopardi sosteneva che a differenziare l’uomo dagli altri animali era la noia. Due secoli dopo, la differenza tra l’uomo e le altre creature  è la sfida contro la Natura. È come se la nostra presenza nel mondo fosse contraddistinta dal desiderio di piegare la materia a nostro uso e consumo, a cominciare da una scoperta per noi ormai banale: il fuoco. Come se non bastasse, negli ultimi decenni la nostra evoluzione è andata verso una direzione ben precisa: conservare e migliorare la nostra specie a discapito di tutto il resto (questo, forse, vale meno per certe zone del globo, ma solo per una questione di mezzi). Una conservazione sempre più sofisticata, che ha assunto le sembianze del profitto. Ergo: fare profitto a discapito di tutto e di tutti.

Il terremoto in Giappone, lo tsunami (la parola nata proprio nel paese del sol levante) che ha devastato e piegato con una furia inarrestabile un’intera nazione, raccontano la nostra infinitesima piccolezza. Raccontano la sofferenza del caso. Esempio banale: cammino e calpesto un formichiere. La mia azione priva di qualsiasi intenzionalità distruttiva causa la fine di una moltitudine di esseri viventi. Ora noi siamo il formichiere.

Esiste un’unica soluzione a tutto questo: riconoscere la nostra pochezza di fronte a catastrofi del genere. Catastrofi che non hanno in sé nessuna volontà, ma accadono.

Davanti a certe immagini, il dolore che provo è tanto, è forte. Mi spaventa. Ma la rabbia non è nei confronti della Natura, è nei confronti dei miei simili. Il cemento delle centrali atomiche, la sofisticazione dei mezzi di sicurezza, la finezza del nostro ingegno non possono nulla. Perché l’errore risiede proprio in questa logica. L’essere umano che si batte contro la Natura, che si illude di poterla dominare. È vero, in tanti casi ci riesce, ma questo non deve indurre nella più nefasta delle tentazioni: il delirio di onnipotenza.

Ciò non mi impedisce di provare empatia per i miei simili che stanno soffrendo, che hanno perso le persone a loro più care, che hanno avuto paura, che non ci sono più. Anzi. Ma se devo dare un senso alla loro sofferenza, spero che chi ha il potere di decidere le sorti di milioni di persone possa imparare da questa tragedia. Imparare e cercare di cambiar rotta. E forse questa è un’altra beata illusione.

 

Mi scuso per il tono “profetico”. Mi scuso per questo tipo di riflessione. La mia visione “animista” del mondo non è il frutto di un’illuminazione “new age”. Né è un attacco al progreso (sto pur sempre scrivendo grazie ad un computer). Ma nel mio piccolo è la stessa speranza che Leopardi nutre nei confronti della Ginestra.

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